METTI IL CUORE IN CIÓ CHE FAI

I lavori dell’anno scolastico 2022-2023 si sono aperti con la Messa celebrata daa da Don Davide Mobiglia, coadiutore della parrocchia di Melzo, che nell’omelia si è soffermato sul tema che è stato scelto come frase dell’anno «Fai bene quello che sei chiamato a fare» (Vittorio Bachelet).

Queste le sue parole:

Il punto di partenza necessario ascoltando questa frase è la seconda parte: “Sei chiamato”. Senza accorgersi che siamo chiamati e che, dunque, c’è Uno che chiama, senza rendersi conto che, per dirla con altre parole, la vita è vocazione, chiamata, non esiste ragione umanamente conveniente all’agire, al mettersi in cammino.

Si potrà agitarsi, ma a vuoto; cosa, infatti, è in grado di sfidare e vincere l’ozio e la noia, se non la bellezza di una voce che è per me, di Uno che è per me, che ha parole “proprio per me”?

Bachelet mi pare ci inviti a stare davanti a questa chiamata che passa dalle circostanze e dalle relazioni che viviamo (così come sono!) e a rispondere con tutto noi stessi senza cercare artifici che ne abbassino il tono, che riducano cioè la realtà ai nostri schemi alle nostre cose “già sapute”: è ciò che accade che ha il primato e che detta i tempi, è l’oggetto che detta il

metodo. “Fai bene”, cioè a dirla con Enzo Piccinini, “metti il cuore in ciò che fai”, perché se non ci metti tutto te stesso, se non ci metti il cuore – che non ha nulla di sentimentale – la vita si disunisce e ogni cosa ti apparirà come un’obiezione alla possibilità di essere felice, perché sarà sempre altrove il luogo dove vorrai essere.

Il problema non è anzitutto l’esito del tuo lavoro e nemmeno, semplicemente, l’appello morale a contribuire al bene comune (per la serie: “Se ognuno facesse il suo pezzettino, il mondo sarebbe migliore”); la questione qui è la tua felicità! “Fai bene quel che sei chiamato a fare” per essere più felice. A meno di questo, a chi interesserebbe? E, a meno di questo, come potrebbe durare la tensione al bene?

Si intuisce, credo, che “metterci il cuore”, “fare bene” non può essere frutto di uno sforzo, perché esige la totalità dell’io, l’unità dell’io: è necessaria la certezza che in ciò che vivo ci sia un Bene. “Faccio bene quel che sono chiamato a fare”, cioè faccio mettendoci tutto me stesso se intuisco questo. Cristo davvero è presente lì, in quel tempo e quel luogo, in quei rapporti e

in quelle circostanze che sono un po’ come Giovanni Battista. Occorre domandare di riconoscerLo. Domandare senza sosta di riconoscerLo, perché Lui è il Mistero che si nasconde elle pieghe di ogni cosa e muove il nostro cuore attraendolo a Sé”.